Scopri perché l’ordine degli esercizi può influenzare la qualità dell’allenamento e come scegliere la sequenza più adatta ai tuoi obiettivi.
“Quale esercizio devo fare per primo?”
Quando osserviamo un programma di allenamento, tendiamo a concentrarci sugli esercizi presenti, sul numero di serie, sulle ripetizioni o sui carichi. Molto meno spesso ci chiediamo perché quegli esercizi siano stati disposti proprio in quell’ordine.
Eppure la sequenza non è casuale.
Eseguire un esercizio all’inizio della seduta significa affrontarlo generalmente con maggiori energie, concentrazione e capacità di esprimere forza. Spostarlo verso la fine significa inserirlo in una condizione diversa, nella quale la fatica accumulata dagli esercizi precedenti può modificare la prestazione e la qualità del movimento.
Per questo esistono alcuni principi generali utili. Spesso, per esempio, gli esercizi più complessi o quelli che coinvolgono grandi masse muscolari vengono posizionati nelle prime fasi dell’allenamento. Ma trasformare questi principi in regole rigide sarebbe un errore.
L’ordine degli esercizi dovrebbe dipendere prima di tutto da ciò che vogliamo ottenere e dalla persona che abbiamo davanti.
Se vogliamo migliorare una determinata capacità, dare priorità a un gruppo muscolare o lavorare su un movimento particolarmente importante, può avere senso collocarlo quando le risorse fisiche e attentive sono maggiori. Ma nella costruzione di un programma entrano in gioco anche la storia della persona, le sue caratteristiche, eventuali difficoltà motorie e posturali e il percorso che sta seguendo.
La sequenza può essere utilizzata anche per distribuire gli stimoli in maniera più equilibrata. Alternare opportunamente movimenti, gruppi muscolari, catene cinetiche e richieste differenti può contribuire a evitare che l’allenamento concentri continuamente il lavoro nelle stesse direzioni. E ciò che viene prima o dopo può essere modificato nel tempo proprio per accompagnare l’evoluzione della persona e mantenere equilibrio all’interno del percorso.
Questo significa che due programmi contenenti gli stessi esercizi, le stesse serie e le stesse ripetizioni non sono necessariamente lo stesso allenamento se cambia la sequenza con cui vengono eseguiti.
Ed è qui che emerge una differenza fondamentale tra scegliere degli esercizi e programmare un allenamento.
In questo articolo vedremo perché l’ordine degli esercizi può influenzare la qualità della seduta, se gli esercizi multiarticolari debbano davvero essere eseguiti sempre per primi, come stabilire le priorità e come costruire una sequenza che tenga conto non soltanto dell’obiettivo, ma anche delle caratteristiche e del percorso della persona.
Anche l’ordine degli esercizi è una variabile della programmazione e, come ogni variabile, deve avere un motivo per essere lì.

1. L’ordine degli esercizi conta davvero?
“Gli esercizi sono gli stessi. Cosa vuoi che cambi se ne inverto due?”
Cambia più di quanto possa sembrare.
Quando costruiamo un allenamento, infatti, non stiamo semplicemente scegliendo una serie di esercizi da completare uno dopo l’altro. Stiamo creando una sequenza di stimoli, e ogni esercizio modifica inevitabilmente le condizioni nelle quali verrà eseguito quello successivo.
Pensiamo a una situazione molto semplice. Se eseguiamo un esercizio complesso all’inizio della seduta, lo affrontiamo generalmente con maggiore disponibilità energetica, concentrazione e capacità di esprimere forza. Se lo stesso esercizio viene spostato dopo altri movimenti impegnativi, il nostro organismo non si trova più nelle stesse condizioni: è già presente una certa quantità di fatica, alcuni gruppi muscolari sono stati sollecitati e la capacità di mantenere carico, ripetizioni e qualità esecutiva può cambiare.
L’esercizio è lo stesso. La condizione nella quale lo eseguiamo, no.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui l’ordine degli esercizi può influenzare la qualità dell’allenamento.
CIO’ CHE VIENE PRIMA RICEVE UNA PRIORITA’
La ricerca sull’ordine degli esercizi mostra un principio piuttosto coerente: gli esercizi eseguiti nelle prime fasi della seduta tendono a beneficiare di una maggiore capacità prestativa rispetto a quelli eseguiti successivamente. Con l’accumularsi della fatica può diminuire il numero di ripetizioni che riusciamo a completare, il carico che possiamo gestire o, più in generale, la qualità del lavoro prodotto.
Decidere cosa mettere prima significa anche decidere a cosa vogliamo dare priorità.
Ed è qui che l’ordine degli esercizi smette di essere un dettaglio organizzativo e diventa una vera variabile della programmazione.
Se il nostro obiettivo principale è migliorare un determinato movimento, sviluppare maggiormente una capacità o dedicare particolare attenzione a un distretto muscolare, può essere sensato collocare quel lavoro in una posizione nella quale possiamo esprimerci con maggiore qualità.
Ma attenzione: questo non significa che esista una sequenza perfetta valida per tutti.
NON ESISTE UN ORDINE DEGLI ESERCIZI UNIVERSALE
Uno degli errori più frequenti è trasformare principi utili in regole assolute: prima i grandi gruppi muscolari, poi quelli piccoli; prima gli esercizi multiarticolari, poi quelli di isolamento; prima gli esercizi più pesanti, poi quelli più semplici.
Sono criteri che possono avere senso. Ma un criterio non è una legge.
L’ordine degli esercizi deve essere coerente con l’obiettivo della seduta, con il livello della persona, con ciò che vogliamo prioritizzare e con il percorso che stiamo costruendo.
E c’è un altro aspetto che spesso viene dimenticato: la persona non è soltanto un insieme di muscoli da allenare.
Caratteristiche motorie e posturali, eventuali asimmetrie, difficoltà in alcuni movimenti, capacità di controllo e storia dell’allenamento possono portarci a organizzare la sequenza in maniera differente. In alcuni casi può essere utile alternare determinati schemi di movimento o distribuire diversamente gli stimoli per evitare di concentrare continuamente il lavoro nelle stesse direzioni e ricercare un maggiore equilibrio complessivo.
Anche questo significa personalizzare.
Non cambiare esercizi a caso per rendere ogni allenamento diverso dal precedente, ma capire quale stimolo proporre, in quale momento e all’interno di quale sequenza.
Per questo due persone potrebbero eseguire esercizi simili ma aver bisogno di un ordine completamente diverso. E persino la stessa persona potrebbe vedere modificata la sequenza nel corso del tempo, perché sono cambiati gli obiettivi, le capacità o semplicemente la fase del percorso.
L’ordine degli esercizi, quindi, non dovrebbe rispondere alla domanda: “Qual è la sequenza migliore?”
Ma a una domanda molto più utile: “Qual è la sequenza più adatta a ciò che questa persona deve ottenere in questo momento?”
È da qui che inizia una vera programmazione.
Cosa ci dice la scienza
Questa revisione sistematica con meta-analisi mostra che i maggiori incrementi di forza tendono a verificarsi negli esercizi eseguiti all’inizio della seduta, indipendentemente dal fatto che siano multiarticolari o monoarticolari. Per l’ipertrofia, invece, l’ordine sembra avere un’influenza meno marcata. Un risultato che sostiene l’importanza di collocare nelle prime posizioni gli esercizi ai quali vogliamo attribuire maggiore priorità.
Il Position Stand dell’American College of Sports Medicine pubblicato nel 2026 sintetizza le evidenze disponibili sulla prescrizione dell’allenamento contro resistenza. Tra le indicazioni emerge che, quando l’obiettivo è massimizzare gli adattamenti della forza, eseguire gli esercizi prioritari nelle prime fasi della seduta può rappresentare una strategia vantaggiosa. L’ordine diventa quindi una delle variabili attraverso cui organizzare l’allenamento in funzione dell’obiettivo, anziché seguire automaticamente una sequenza prestabilita.

2. Bisogna sempre fare prima gli esercizi multiarticolari?
“Prima gli esercizi grandi, poi quelli piccoli.”
È una delle regole più ripetute quando si parla di ordine degli esercizi nell’allenamento. Squat, distensioni, trazioni, rematori e altri esercizi multiarticolari all’inizio; esercizi più semplici o monoarticolari alla fine.
Come principio generale ha una sua logica. Come regola assoluta, molto meno.
Gli esercizi multiarticolari coinvolgono contemporaneamente più articolazioni e gruppi muscolari, permettono generalmente di utilizzare carichi maggiori e possono richiedere un livello elevato di coordinazione e controllo. Eseguirli quando siamo ancora freschi può quindi consentirci di esprimere meglio forza, tecnica e qualità del movimento.
Ma da qui a concludere che un esercizio multiarticolare debba sempre essere eseguito prima di uno monoarticolare c’è una differenza importante.
PRIMA VIENE LA PRIORITA’, NON LA CATEGORIA DELL’ESERCIZIO
Immaginiamo una persona che abbia come obiettivo principale migliorare un determinato distretto muscolare attraverso un esercizio specifico. Se quell’esercizio viene sistematicamente relegato alla fine della seduta soltanto perché coinvolge una massa muscolare più piccola, verrà quasi sempre affrontato dopo che una parte delle risorse è già stata utilizzata.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere semplicemente:
“È un esercizio multiarticolare o monoarticolare?”
Dovrebbe essere:
“Quanto è importante questo esercizio rispetto all’obiettivo che stiamo perseguendo?”
Se un movimento rappresenta una priorità, può avere senso anticiparlo. Se invece viene utilizzato come completamento del lavoro principale, può essere perfettamente coerente collocarlo più avanti.
Questo principio diventa ancora più importante quando smettiamo di ragionare soltanto in termini di muscoli e iniziamo a osservare la persona nel suo insieme.
L’ORDINE PUO’ CAMBIARE ANCHE IN BASE ALLA PERSONA
Non tutti arrivano all’allenamento con le stesse caratteristiche motorie, lo stesso controllo, la stessa mobilità o lo stesso equilibrio tra le diverse strutture corporee.
In alcuni percorsi può essere utile preparare un determinato movimento attraverso esercizi più semplici. In altri possiamo voler dare maggiore attenzione a una zona che tende a essere poco coinvolta o organizzare la seduta alternando schemi di movimento differenti, evitando di accumulare continuamente stimoli simili nella stessa direzione.
C’è poi una dimensione temporale fondamentale.
LA SEQUENZA DEGLI ESERCIZI NON DEVE ESSERE SEMPRE LA STESSA
Durante un percorso possiamo modificare le priorità, cambiare l’ordine o alternare alcune sequenze proprio per distribuire diversamente gli stimoli e ricercare nel tempo un maggiore equilibrio. Un esercizio che oggi viene collocato all’inizio potrebbe successivamente essere spostato, mentre un movimento che prima aveva un ruolo secondario potrebbe diventare prioritario.
Questo significa che anche l’ordine degli esercizi deve evolvere insieme alla persona.
La regola “multiarticolari prima, monoarticolari dopo” può quindi rappresentare un buon punto di partenza. Ma una vera programmazione comincia quando sappiamo anche quando e perché quella regola può essere modificata.
Cosa ci dice la scienza
Questa revisione analizza sia gli effetti immediati sia gli adattamenti nel tempo legati all’ordine degli esercizi. Gli autori evidenziano che gli esercizi collocati all’inizio della seduta consentono generalmente di eseguire più ripetizioni e che i maggiori incrementi di forza tendono a interessare proprio gli esercizi svolti per primi. La conclusione pratica è particolarmente importante: l’ordine dovrebbe essere stabilito in funzione delle priorità dell’obiettivo, indipendentemente dal fatto che l’esercizio coinvolga una massa muscolare grande o piccola.
Questo studio randomizzato ha confrontato direttamente differenti combinazioni e ordini di esercizi multiarticolari e monoarticolari, valutandone gli effetti sulla forza e sull’ipertrofia. I risultati mostrano che modificare la sequenza può influenzare diversamente gli adattamenti ottenuti e rafforzano l’idea che non sia sufficiente applicare automaticamente la regola “prima multiarticolari, poi monoarticolari”. L’ordine deve essere scelto in funzione di ciò che vogliamo prioritizzare all’interno del programma.

3. Quale esercizio dovresti fare per primo?
“Dimmi qual è l’esercizio migliore da mettere all’inizio e farò sempre quello.”
Sarebbe comodo. Ma torneremmo esattamente allo stesso errore: cercare una regola universale dove dovrebbe esserci una scelta ragionata.
Se abbiamo capito che ciò che viene eseguito all’inizio dell’allenamento tende a beneficiare di una condizione di minore affaticamento, la domanda successiva diventa inevitabile: quale esercizio merita quella posizione?
La risposta parte da una parola: priorità.
Il primo esercizio non dovrebbe essere necessariamente quello più pesante, quello che coinvolge più muscoli o quello che siamo abituati a vedere all’inizio di tutti i programmi. Dovrebbe essere uno degli esercizi più importanti rispetto a ciò che vogliamo ottenere in quella fase del percorso.
PRIMA DEVI SAPERE COSA VUOI MIGLIORARE
Se l’obiettivo principale è aumentare la forza in un determinato movimento, ha senso considerare di eseguirlo quando siamo ancora freschi e possiamo esprimere una maggiore qualità prestativa.
Se vogliamo dare maggiore attenzione a un determinato gruppo muscolare, la sequenza può essere organizzata per attribuirgli una priorità maggiore.
Se invece una persona sta imparando un movimento tecnicamente complesso, può essere utile affrontarlo quando concentrazione e controllo sono ancora elevati, anziché dopo avere accumulato una quantità importante di fatica.
La priorità non nasce soltanto dall’obiettivo scritto sulla carta, ma anche da come quella persona si muove. Ed è qui che la programmazione diventa realmente individuale.
PRIMA DELL’ESERCIZIO VIENE LA PERSONA
Se l’obiettivo principale è aumentare la forza in un determinato movimento, ha senso considerare di eseguirlo quando siamo ancora freschi e possiamo esprimere una maggiore qualità prestativa.
Se vogliamo dare maggiore attenzione a un determinato gruppo muscolare, la sequenza può essere organizzata per attribuirgli una priorità maggiore.
Se invece una persona sta imparando un movimento tecnicamente complesso, può essere utile affrontarlo quando concentrazione e controllo sono ancora elevati, anziché dopo avere accumulato una quantità importante di fatica.
La priorità non nasce soltanto dall’obiettivo scritto sulla carta, ma anche come quella persona si muove. Ed è qui che la programmazione diventa realmente individuale.
Prima dell’esercizio viene la persona
Due persone possono avere lo stesso obiettivo e utilizzare gli stessi esercizi, ma non per questo dovrebbero necessariamente eseguirli nello stesso ordine.
Una persona potrebbe presentare una maggiore difficoltà nel controllo di determinati movimenti, un’altra avere bisogno di dedicare più attenzione a una specifica area, un’altra ancora trovarsi all’interno di un percorso nel quale stiamo cercando di riequilibrare progressivamente stimoli che in precedenza sono stati distribuiti in maniera poco uniforme.
Anche gli aspetti posturali e motori possono quindi contribuire alla scelta della sequenza.
Ciò significa osservare come la persona si muove, quali strategie utilizza, dove mostra maggiore controllo o difficoltà e come risponde agli stimoli che proponiamo.
A quel punto possiamo decidere di anticipare un determinato esercizio, prepararne un altro attraverso un lavoro precedente oppure alternare nel corso del programma movimenti e priorità differenti.
La sequenza diventa così parte di un percorso.
LE PRIORITA’ POSSONO CAMBIARE NEL TEMPO
C’è poi un errore ancora più sottile: individuare correttamente una priorità e trasformarla in qualcosa di permanente.
Se mettiamo sempre lo stesso esercizio per primo, inevitabilmente continueremo a concedergli una condizione privilegiata rispetto agli altri.
Ma un programma deve evolvere insieme alla persona.
Ciò che oggi rappresenta una necessità potrebbe non esserlo tra alcune settimane o alcuni mesi. Una capacità può migliorare, una difficoltà può ridursi, un obiettivo può cambiare e un altro elemento può diventare prioritario.
Per questo possiamo anche modificare o alternare nel tempo l’ordine degli esercizi per distribuire gli stimoli in maniera coerente con l’evoluzione della persona e ricercare un maggiore equilibrio complessivo.
Ed è una distinzione fondamentale.
Cambiare ordine casualmente significa creare variabilità. Cambiarlo perché abbiamo osservato una risposta e deciso di modificare una priorità significa programmare.
Cosa ci dice la scienza
Lo studio ha confrontato per sei settimane due sequenze opposte in uomini già allenati: esercizi per grandi gruppi muscolari eseguiti prima oppure esercizi per gruppi più piccoli eseguiti prima. Entrambi i gruppi migliorarono, ma l’analisi degli effetti mostrò una tendenza a maggiori miglioramenti proprio negli esercizi che ricevevano maggiore priorità nella rispettiva sequenza. Gli autori concludono che l’ordine dovrebbe essere stabilito considerando le necessità individuali e ciò che si vuole maggiormente migliorare.
In questo studio, 12 settimane di allenamento con due ordini opposti produssero differenze negli adattamenti di forza a seconda della posizione occupata dagli esercizi. La conclusione degli autori è particolarmente coerente con il nostro ragionamento: se un esercizio è importante rispetto agli obiettivi del programma, dovrebbe essere collocato all’inizio della seduta, indipendentemente dal fatto che coinvolga gruppi muscolari grandi o piccoli.

4. Come costruire la giusta sequenza degli esercizi nel tuo programma
“Quindi esiste un ordine corretto degli esercizi?”
Sì. Ma non è lo stesso per tutti.
Ed è probabilmente questo il punto più importante dell’intero articolo. Dopo aver capito che l’ordine degli esercizi può modificare la prestazione, che i multiarticolari non devono necessariamente essere sempre eseguiti per primi e che ciò che viene anticipato tende a ricevere maggiore priorità, dobbiamo trasformare questi principi in una vera programmazione.
Una buona sequenza nasce da una persona, da un obiettivo e da un percorso.
LA SEQUENZA PARTE DALL’OBIETTIVO
Il primo criterio è capire cosa vogliamo ottenere. Se in una determinata fase l’obiettivo principale è migliorare la forza in uno specifico movimento, sviluppare maggiormente un distretto muscolare o consolidare un esercizio tecnicamente complesso, la posizione che gli assegniamo deve essere coerente con quella priorità.
Ma l’obiettivo da solo non basta. Dobbiamo considerare il livello di esperienza, la capacità di controllo del movimento, il volume complessivo, l’intensità prevista e soprattutto come gli esercizi precedenti possono modificare quelli successivi. Due esercizi perfettamente appropriati, messi nella sequenza sbagliata, possono creare una condizione molto diversa da quella che volevamo ottenere.
Se affatichiamo ripetutamente gli stessi gruppi muscolari o utilizziamo consecutivamente movimenti con richieste molto simili, per esempio, possiamo ridurre progressivamente la capacità di esprimere prestazione negli esercizi successivi. In altri casi, invece, alternare opportunamente distretti o schemi di movimento può permetterci di distribuire meglio il lavoro all’interno della seduta.
Ecco perché costruire la sequenza degli esercizi significa anche prevedere come la fatica si distribuirà durante l’allenamento.
UNA BUONA SEQUENZA DEVE GUARDARE ALL’EQUILIBRIO DELLA PERSONA
C’è poi un livello ancora più individuale della programmazione. Una persona non arriva davanti a noi come un foglio bianco sul quale scrivere esercizi: porta con sé una storia motoria, caratteristiche posturali, capacità differenti, eventuali asimmetrie e modalità personali di organizzare il movimento.
Questo è il modo migliore per organizzare gli stimoli in maniera più intelligente.
In alcuni momenti potremo dare maggiore priorità a determinati movimenti; in altri alternare esercizi per evitare di concentrare continuamente il lavoro nelle stesse direzioni; in altri ancora modificare l’ordine per osservare come cambia la risposta. La sequenza può quindi diventare anche uno strumento per accompagnare nel tempo la persona verso un maggiore equilibrio motorio e una migliore capacità di gestire stimoli differenti.
Ed è proprio il tempo a fare la differenza.
Un programma non dovrebbe essere una fotografia immobile. Ciò che oggi mettiamo all’inizio perché rappresenta una priorità potrebbe, dopo alcune settimane, non avere più bisogno della stessa posizione. Un esercizio precedentemente secondario potrebbe diventare più importante. Le capacità della persona cambiano, gli obiettivi evolvono e anche l’ordine degli esercizi può evolvere con loro.
PROGRAMMARE SIGNIFICA DARE UN SENSO ALLA SEQUENZA
Alla fine possiamo utilizzare alcune regole semplici come punto di partenza: collocare in condizioni favorevoli gli esercizi prioritari, considerare la complessità tecnica, evitare che una fatica precedente comprometta inutilmente ciò che vogliamo migliorare e distribuire gli stimoli in maniera coerente all’interno della seduta.
Ma la vera differenza non la fa la regola, ma il motivo per cui decidiamo di applicarla.
Se prendiamo cinque esercizi e li mettiamo in fila perché “si è sempre fatto così”, abbiamo semplicemente costruito una successione. Se scegliamo quegli stessi cinque esercizi, decidiamo consapevolmente quale debba avere priorità, valutiamo come ciascuno influenzerà il successivo e modifichiamo nel tempo la sequenza sulla base della risposta individuale, abbiamo costruito una programmazione.
È esattamente per questo che l’ordine degli esercizi nell’allenamento non dovrebbe essere considerato un dettaglio.
Ogni posizione comunica una priorità. Ogni esercizio modifica ciò che viene dopo. Ogni sequenza produce una determinata distribuzione dello stimolo. Non basta quindi scegliere gli esercizi giusti. Bisogna metterli nel posto giusto, per quella persona, in quel momento del suo percorso.
Cosa ci dice la scienza
Lo studio ha confrontato due sedute contenenti gli stessi cinque esercizi per la parte superiore del corpo, ma eseguiti in ordine opposto. Quando un esercizio veniva collocato verso la fine della sequenza, il numero di ripetizioni completate diminuiva significativamente, con un effetto particolarmente evidente nelle serie successive. In altre parole, cambiare la posizione dell’esercizio ha modificato concretamente la quantità di lavoro che i partecipanti riuscivano a svolgere.
In questo studio sono state confrontate due sequenze opposte durante allenamenti con carichi relativamente bassi e un numero elevato di ripetizioni. Anche in queste condizioni, gli esercizi collocati nelle prime posizioni permettevano generalmente di completare un numero maggiore di ripetizioni. Gli autori sottolineano quindi l’importanza di stabilire la priorità degli esercizi sulla base delle necessità individuali e dei movimenti che vogliamo maggiormente sviluppare, confermando che l’ordine mantiene la sua importanza anche quando cambiano le caratteristiche dello stimolo.
La sequenza non è un dettaglio: è parte dell’allenamento
“Non basta scegliere gli esercizi giusti. Bisogna capire quando farli.”
È probabilmente questa la sintesi più importante dell’intero articolo.
Quando osserviamo un programma di allenamento, è facile concentrarsi sugli esercizi, sulle serie, sulle ripetizioni e sui carichi. Ma abbiamo visto che anche l’ordine degli esercizi può modificare concretamente lo stimolo che riusciamo a produrre.
Ciò che eseguiamo all’inizio viene generalmente affrontato con minore affaticamento e maggiore capacità prestativa. Ciò che spostiamo successivamente viene inevitabilmente influenzato dal lavoro già svolto. Per questo decidere cosa viene prima e cosa viene dopo significa, in molti casi, stabilire delle priorità.
Ma non esiste una sequenza universale da copiare.
Gli esercizi multiarticolari possono avere ottime ragioni per essere collocati all’inizio, ma non devono necessariamente esserlo sempre. Un esercizio può diventare prioritario perché vogliamo migliorare una determinata capacità, sviluppare maggiormente un distretto muscolare, consolidare un movimento oppure perché le caratteristiche motorie e posturali della persona ci suggeriscono di organizzare diversamente gli stimoli.
E soprattutto, la sequenza può cambiare nel tempo.
La persona migliora, acquisisce nuove capacità, modifica i propri obiettivi e risponde agli stimoli che le proponiamo. Ciò che oggi necessita di maggiore attenzione potrebbe domani lasciare spazio a una nuova priorità. Alternare e modificare consapevolmente l’ordine degli esercizi può quindi diventare parte di un percorso più ampio, nel quale cerchiamo prestazione, adattamento ed equilibrio.
Ed è proprio qui che la parola sequenza assume un significato ancora più importante: non una successione di esercizi, ma una sequenza di stimoli.
Allenamento Sequenziale® nasce da questo principio: l’allenamento non è una fotografia, ma un processo.
La sequenza esiste quindi all’interno della singola seduta, ma anche tra un allenamento e l’altro e tra una fase e quella successiva del percorso.
Programmare. Registrare. Monitorare. Adattare.
Quando questi elementi sono collegati, l’ordine smette di essere casuale. Ogni scelta ha una ragione e ciò che viene dopo nasce anche dalla risposta a ciò che abbiamo fatto prima.
Questa è la differenza tra una lista di esercizi e un programma. Ed è anche la differenza tra allenarsi e seguire un percorso realmente sequenziale.
Inizia da qui
Se vuoi capire qual è il punto di partenza più adatto a te e costruire un percorso nel quale allenamento, stimoli e progressioni vengano organizzati sulla base delle tue caratteristiche e delle tue risposte:
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https://allenamentosequenziale.com/iniziadaqui/
Buon Allenamento Sequenziale!
Studi scientifici:
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32077380/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41843416/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22292516/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32149887/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23701174/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20938358/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15705026/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22742079/